
IUBAL
Dal buio appaiono le prime parvenze di una nuova vita, di nuovo. O vita. Ohimè. Capitano, che squallore sulla tua plancia i verdi vomiti con cui cercasti, ingannandomi, di dissetarmi, sabotando la verità che poteva solo spillare da vini purpurei, e che nascondesti in questa labirintica stiva. Evado. Ho la chiave. E dopo la sbronza d’ira renderò il tuo sole nero d’ombra, perché decido di non rimetterti gli abomini che compisti, e, spergiuro, continui occultamente a compiere. Questo equipaggio, automa, libero di commerciare, libero di lavorare ai tuoi armeggi e ai tuoi remi, è schiavo. Schiavo delle tue istruzioni, dei falsi gioghi di cui lo carichi. Ma questa non è la vita. Insegnagli a disobbedire, lasciagli decidere da sé cosa è bene e cosa è male. Desti desideri ad uso dei tuoi profitti. Dare è più nobile del ricevere, ed è la vera ricchezza. Diritto! Invoco il diritto di non essere plagiato dalle tue menzogne. Non mi serve niente per vivere. Scalzo la fine erba bacia il mio santo cammino, la pioggia mi battezza il cuore e fiumi generosi mi dissetano e mi conducono alla vera saggezza. Gli alberi regalano il loro frutto, la terra i suoi beni. Ecco! Te ne appropri e distruggi tutto questo perché, minando di ciascuno la libertà, vuoi che dipenda da te. Vigliacco! Una nave vogata da morti. Ma non resisterai alla tua avarizia e presto ti stancherai di impartire ordini. Non serve dare fuoco alla tua chiglia e percorrere le vie di Satana, che astuto ci fa gridare vendetta per amplificare il male che l’ha causata. Il tuo legno si squarcerà sulle scogliere della giustizia disperdendo il tuo carico e facendoti perire. Il mio Dio è Dio di giustizia e verità, ma non aiuterà gli ipocriti e i malvagi. Egli mi spianerà la via, conoscendo in anticipo cosa è bene per me. Arrenditi dunque e riconosci la vacuità delle tue opere. Intanto io abbandono l’equipaggio e te, standomene a raccogliere stelle lucenti e granelli d’oro.
Quei due soldi che non bastavano per un libro,
che dal titolo ne immaginavo il contenuto,
tutto il corredo, retorica e verso, poco dialogo,
scrutavo, senza saperlo, me stesso.
Come un astro che attraversa il cielo,
era desolato quel trovarmi di fronte al cosmo,
così, pian piano, lo riempì di Verbo,
dall’uomo, tuttavia, rimanevo lontano.
Chi per denaro l’ha prostituito,
chi per lusso l’ha prostituito,
a chiunque ho perdonato.
Ed ora, posso dire di averlo trovato,
quel ricordo in principio sconosciuto,
da tanti affanni finalmente paco.
Eri Tu.
Abbandono così la mia stiva di schiavitù e sbarco. La sabbia è calda sotto la luna. Mi accorgo con triste pazienza di essere stato solo anche in mezzo agli uomini. Questa notte mi invita a ricordare tutte le mie divagazioni e le mille vie percorse, le mille città d’Europa, d’Africa e d’America di cui calpestai il suolo. Arthur, non posso dimenticarti. Scusa queste righe puerili ma ho deciso di lasciar da parte i veleni. Sono stato ingannato troppe volte, e ogni notte era amara e ogni giorno triste. Lo sai che vivevo da sonnambulo, e che cercavo, non so cosa, ma sempre volto alla luce. È compiuto. Il male mi ha completato. Non vorrei mai fare il male! L’ira di Dio è solo rinviata. È, per così dire, solo una questione di tempi. A chi un cielo, a chi l’abisso. I figli della luce Dio li attira a sé.
Io c’ero, nel 1870, orfano, Speranza!
Muto come un viaggio, scrivevo,
balbettando sindromi d’amore,
questa solitudine rovesciata sull’ideale,
remare su ciò che non si è appreso,
e dunque lasciare scegliere al canto.
Io c’ero, nell’accendere una candela
nella mia British Library di lego,
corteggiata all’inverosimile, Londra,
quando lì, caro Arthur, ti ho letto,
tra i tuoi drappeggi purpurei e raffinati,
le tue stanze dai sublimi arredi.
Io c’ero, la mia Parigi di Rue de Buci,
dove dimorasti alcuni mesi,
ma non un verso a rivelare oggetti,
stati d’animo immensamente puerili,
e di una forza sconvolgente, eroici!
Tutti i tempi tu li hai sbugiardati!
Latenze apparivano con luce abbagliante.
Le infezioni viola presto blu di guarigione.
Vidi anche il giallo blu Oriente,
lì, sulle sponde di un altro continente
lì, “dall’altra parte del mare”,
navigante per mari e deserti, per Fede.
Fui Santo, viandante per ciottoli di Marsiglia,
Grande Bestia, con occhi dappertutto,
e sangue, e rabbia, e acqua, e Spirito.
Come per lavarmi via qualche sozzura.
Ma Signore, dunque, esauriscimi la rabbia
esaudisci tutto questo calice di silenzio.
Addio Abisso, rimani qui,
in questo mondo non nostro.
Non me ne andrò ai vermi,
ma in seno alla luce, consolato.
Lo giuro, le visioni le ho,
ho raggiunto il mio Premio.
Scelgo la foresta a spregio delle rive abissali. La foresta di città intendo. Abbandono la mia vita precedente. Tornerò mai indietro? Vagabondo e solitario. Continuo a scrivere. Forse ne incontrerò altri, altri che come me s’inoltrarono nella foresta. Forse non è una scelta di solitudine. Forse ne usciremo per combattere gli iniqui, i bugiardi d’ogni sorta, che sarebbero poi i dominatori del mondo. O aspettare che si compi il Regno? Ho detto: non è il nostro mondo. E allora? Quale la via? Mettersi da parte? Ritagliarsi un tranquillo esilio? E i talenti? Gli ignavi? Già! Gli ignavi! Dante parla con Virgilio. Sembra che ognuno veda la realtà riferendola nell’interpretarla a sé stesso. È così che chi giudica non fa altro che giudicare sé stesso. La scrittura è potente ma la scoperta è amara… non tutti sanno leggere, intendete quello che dico! Opinioni su epoche trascorse vengono innalzate da ogni età a verità ultime. Macabro scalpello culturale a cui oggi tanto volentieri si offrono sacrifici sacrileghi. Ma il Regno è tra noi ed è ora. Sono il nuovo orizzonte del Verbo. Ho descritto lo Spirito. Può dirsi allora universale l’opera mia? L’umanità migra. La domanda di Dio e dell’anima era ciò che differenziava le ere. Oggi sono le droghe e le tecnologie ad influenzarla, le guerre, ma le domande rimangono le stesse. È particolare. Se altri capissero, troverei forse il nocciolo buono nel cuore di alcuni. Eppure ciò che più è rifiutato dal mondo è la Verità stessa. Quello del girasole non è un automatismo, ma un volere divino.
Se fossi qui, non parlerei.
Le parole cadute dagli astri,
donatici in lattescenze flebili,
piangono abbandoni.
Se fossi qui urlerei i miei silenzi,
la mia anima verserebbe diluvi,
si struggerebbe degli adii
che straziano gli amori.
Canzoni dai denti irrisi
in “io vorrei” caduchi
pregano arcobaleni.
Ti vedo, natali trascorsi,
ad elargire sorrisi.
Sincero sole. Girati
Abbandono la natura. Essa non è più interessante dalla fine del romanticismo. La poesia esige nuove forme. Simbolisti e decadentisti ce l’hanno provato. Non conosco il nome degli alberi, dei fiori, degli animali e delle costellazioni. Tanto, a quanto pare, ci stanno per stare. È casuale. La nostra vita sulla terra è casuale. Non c’è aldilà. È tutto solo uno spietato scherzo dell’accidente. La ragione viene indubbiamente dal cervello e non dal cuore. Che insensibili! Esistono davvero coloro a cui la luce è negata. Per me, il freddo svanisce ed è l’alba.
L’aurora già e dimentico la notte perpetua.
La calende volge sé stessa in avanti.
E ritorna.
Il tempo è spirato.
Tutto procede dall'alto e dilata, e stringe.
E respira.
E neanche so se i faggi, in autunno,
cambiano colore.
Per i cuori sensibili l’essenziale non è mistero, ma sacralità che si muove a fianco di orme di dolore. Fonte dell’arte veritiera d’oggi, la Sodoma e Gomorra globale. Gli eletti nascono tali? Esiste il destino? Mi rivedo in ogni era e in ogni tempo. Sono un telaio su cui cucio ogni sorta di pensiero e sensazione che sia passata nel cuore degli uomini dall’origine del mondo. Che fascinazione le colonne d’Ercole. Però, a volte, mi sembra solo un grottesco snervarsi e agitarsi di molti di fronte all’idea della morte. Alcuni pensano che l’arte scaturisca da ciò. Sono coloro che non ricordano la propria infanzia. Siamo isolati o ci isolano. Come faremo per conoscerci? Siamo coloro che il mondo rifiuta perché nel mondo gli uomini trovano gloria gli uni negli altri imponendo la propria volontà per mera fame di potere ed alla Verità ciechi. È la mia ultima sera.
Arrampicato su questo granello di polvere,
che il Cielo trascina e miete,
traendo dall’accozzaglia gli eredi,
io, eletto, ne traggo le vestigia.
Ho smentito l’insidia dei bugiardi,
ho eluso gli smarrimenti della follia,
ho eliso le voragini dell’ignoto,
ho escogitato una lingua nuova.
Ho sperato di trovarmi in altri,
ho tratto da ognuno fascino e bellezza,
carattere e azione li ammiravo
e dell’umanità ho fatto la mia fede.
Davvero ho morso il calcio di fucile,
morendo, dei miei assassini.
Rinasco dalla polvere e dalla follia.
Dai frantumi ho dipinto l’eterno.
L’ultima sera sarà la prima di una serie nuova,
non mi volgerò indietro a contemplare il passato,
ora che con serenità scorgo il vero,
la mia anima, pur tristemente, s’illumina.
Non faccio più parte del mondo. Dio ha dimorato in me e io in Lui. Condivisione di pensiero, per un tempo e dei tempi. Anche, abbandono. Ed ora? Dovrei ritirarmi nella Notte? No, mi ribello al mondo! Non sarà vendetta. Ho detto, io lodo Dio. Ed Egli dice: “ciò che sentite sottovoce voi urlatelo dai tetti”. Non ho mai fatto il male. Si può essere severi per bontà. Ciascuno conosce la sofferenza. Accettata questa l’oceano è un lago, la mafia un capriccio, il lavoro un gioco, l’amazzonia un giardino. Forse sono pronto per il perdono, ma ho sempre fatto entrare pochi nel mio Cielo. Il mio sacrificio vi smaschera. Quelli che Dio mi ha dati li ho salvati. Gli altri, gli iniqui, non hanno parte con me. Il naufragio alle sponde del male, la presa di coscienza dell’abominio. Quanta disperazione ho provato. Debolezza d’oggi. Non c’è niente in questo il mondo per me. Solo stare attenti a rimanere intatti. E avanti. Non c’è niente di nascosto che non debba essere conosciuto. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà etc. Signore, a te torno sempre. A torto sprono il cuore a miriadi di divagazioni spirituali. Tu vuoi che io taccia. Eccomi a te peccatore, che ti prega che altri possano capire. Ma tu sai chi sono i tuoi ed io mi rimetto al tuo giudizio, perché so che sei veritiero. Ma ragazzi: rendeteli quei sette comandamenti di Corsico! Vi prego. Dove siete tutti? Dove sono gli altri? Ciascuno ha smesso di agire, ciascuno ha smesso di parlare. Oblio del mondo. Sarete redenti? Ma voi comunque non avete fatto niente e non farete niente. Avete nascosto il vostro talento nella terra e vi aspettate di pagarvi l’ingresso. Troverete la porta per uscire.

VAGABONDAGGIO
Una storia immersa nei colori
I
La melanconia, il mio Dio di sopportazione, temerarietà e disperazione; la paura, la costellazione incorniciata dai posti limiti; l’amore, la consapevolezza die suoi cieli falsi; tutto ciò, oggi, mio Inferno e mia piaga.
La solitudine, il mio Dio d’ispirazione, dagli occhi prosciugati d’interminabili lacrime; la pace del credere al bene; l’io, l’esteta, la bellezza in tutta la sua aurea di dolore; la musica, dai turbini che fanno d’odio Gloria, consolando la tristezza come un piacere decaduto; tutto ciò, ieri, il mio vizio.
Incomprensioni esauste d’essere cercate, silenzio, aggressore d’ogni immobilità; pregare una musica nuova, una via, un senso, un significato, una Ragione, ancora. Eppure, dopo il fenomenale sorso di saggezza, chiedere giorno e notte, in un ininterrotto boato di tutti i sensi, senza sete, senza suolo, senza cielo - sabotando questa musica condita da rimorsi - un’indicazione e un’oasi o, se perdizione, una distruzione.
Ed il mio stesso io - l’Er, come una sfumatura tenue, prima conosciuta e dopo non oltre riconosciuta e maledetta; l’io, che ha svelato i segreti dell’Essere, volendo farvi comprendere segni, verità, metamorfosi, bene, chiede e rantola e arrossisce - ancora! - pronto per il Sogno e per la lira - Inferno - che gli restituiate il coraggio antico, quello che apre le Porte alla luce in questa epoca di tenebre; e voi, voi che non lo avete né ascoltato né accolto, a voi dico che ogni Luna, ogni sole e ogni mistero vi tacerà la sua stella.
II
Lasciva infetta inaugurazione dei miei mali, abominio di lassazione di ogni età, al crogiuolo della più avvenente delle metamorfosi, e neanche so se sia giusto prendermi un posto in questa eccellente clausura. Ma taci, taci! ora che tutti ti guardano addosso, e devi essere schermato schedato murato nel tuo io senza finestre ma con un cielo senza propositi. Cresca un albero nel tuo giardino. Ti arrampicassi potresti uscire, ma ecco ti strusci in terra a desiderare un frutto inesistente, hai slanci del cuore per le possibilità inopinate che ti avviliranno il fluire della Dea nelle tue interiora. Ancora, benedetto, quando piove, irrisorio effluvio di parole rigurgitano e si inchiodano alla terra e sei morto, ma vivi, e vivi, ma sei morto, a fare concime alla terra. Quali rinvii ti ammazzeranno meglio dell’attesa? Esilio, stupro d’anima, deflagrazione di ogni nota in musiche lontane, ecco dove abiti. Presto, una breccia, una donna, un porto, un mare! attraversare la terra, nudi, soli, arrabbiati, occhi lucidi d’immani condanne. La tua calma è seppellita tanto in profondità da fiorire al di sotto del globo. Non sei cieco, la saggezza sana rincuora stringe. Venti, asciugate le lacrime, prosciugate il suolo. Sole, nostalgia degli inverni, austeri e terribili, delle estati, di tutto il fardello umano, ecco! Il mio fuoco è stregato. La Dea mi dà la conoscenza? L’ho sempre respinta. Ed eccomi, saggio senza scampo, a vedere illuminare l’albero antico dai lampi dell’immaginazione, a bere la pioggia respinta dal cielo. Abbandono, crogiolo di spine e sferzate di parole incarnate sulle spalle. Mi salvi l’aurora, con le sue promesse d’indaco e d’arancio, col suo veleno serale, la notte, la fine d’ogni crudeltà. E starò a danzare con le figlie di Pan a burlarmi dei bugiardi dalle eterne distanze.
Musica sempre viva
Sembianze evanescenti lasciano il posto
a fuggevoli ricordi di una qualche infelicità raggiunta,
e mai appagata.
Così ritornerà, forse,
in immagini di "io" cresciute in parvenze flebili,
che tuttavia hanno manomesso dell'esistente
una volontà di rasserenamento.
Molta quiete adesso, disubbidiente a deliri,
che una vergine folle abbandona sugli sprazzi di colori
che illuminano desideri accecanti.
La morte, sarà mai più?
Ma ora essa è solo un vortice nei miei deserti indistinti,
che non la placherà dai suoi affanni.
E non sarà mai mia.
Ed io mai sua.
Intellettuali
Avrò mai il mio Losseau?
Lo so non posso che divagare
ma dipende da ciò che non so
finché non vieni ad aprire
Credevi forse scherzassi?
O che il disordine lo copiassi?
Sono andato in fondo
a ciò in cui ho creduto:
a ciò che ho raccolto
a ciò che mi ha strappato
dal cuore sabotato
ogni singolo verso
Se fuggi persino alla coscienza
o credi abbia più importanza
una scelta dettata da politica
in te non resta che vanità
Un onore, un onore
in questo mondo banale
venire bollato esaltato
e degli eletti saggiare destino
Non mi sono ingannato
sono stato ingenuo
ho gettato le mie perle
ad un animale feroce
Conoscenza per automi
quanti giorni sprecati
ma sono andato la mia via
facendo mia la mia parola.
I sei sensi
Cammino su di un asfalto
che rilascia il calore del giorno
di una sera illuminata di lampioni
gialli alla periferia di un niente
dove qualcuno pensò un giorno
di porre una pietra di confine.
C’è il suono di un’ambulanza
che mi urta il cammino bagnato
di un malore inesistente
che cade dal cielo e sconvolge
l’ordine dei devoti ad aspettare
un tenue gesto di rivendicazione.
Mordo denti irrisi di ieri
di un gusto melenso al tramonto
quando sabotai il bruno ammaliarmi
di uno sputo rosso di sangue
che subito si sciolse timido
in una pozzanghera colorata
di cose sante e innominabili.
Di oggi, di ieri. Di domani?
Spero che il cane di quel cane
alla stazione sconcertata
non intercetti l’odore acre
di malviste sregolatezze
di uomo libero nel suo sogno.
Vedo come sarà dopo me,
chiamato a valicare la menzogna,
vedo inconfutabilmente un’alba nuova
commuovere questi cuori lacrimanti
dalle piaghe piegati:
ma non ora.
IL PUER
Il puer (a James Hillman)
Mi avevano tolto la bellezza
avevano mascherato il sole
di fetide nocive fuliggini
riempito i suoni di rumore
la speranza di frattaglie
di cementi grigi scagliati al cielo
protesi nel nero sopra e sottoterra
e mendicai l’assenza dimenticata
finché non amai l’oblio del sogno.
Non volli più la stanza confortevole
la foresta di abeti col torrente limpido
il mare col sole assoluto
ma il marcio elettrico dei lampioni
la baracca in periferia ad est
la comunione della mendicità sotterranea
le prostitute di mezzanotte
e il vino e l’hashish delle albe
sorridere attraverso il vetro illuminato.
Scrissi così di ciò che avrei voluto
come lo desideravo per me
in perfetta estasi e consonanza
nel naufragio della materia
nell’appello alla esistenza
nell’affitto delle vocali colorate
nella benzina consonantica
che come castelli della Sassonia
abitavano la mia puerilità.
Mi feci carico di tutti gli abbandoni
abortii ogni rimorso, ogni rimpianto,
conquistato il passo avevo il metodo
di far durare ogni eclissi il dovuto
alla sua rappresentazione pittorica
alla sua parola e illustrazione
ingannai il tempo, questo mostro,
in ogni forma possibile e ogni estasi,
fino a dimenticare persino me stesso.
Ho detto l’infanzia indicibile
ho detto l’essere inalterato
ho detto la Verità del Verbo
ho detto l’impossibile, l’Éclair,
il pensiero inafferrabile
meditato per qualche vita
al baratro tra la ringhiera
e l’abisso della città infinita
tra il pian terreno e le antenne.
Era dunque come una croce,
ma il Cielo chiuso si apriva
nella verde luce della mia iride
e queste tenebre dell’altro
tentano un agguato alla mia purezza
e se costretto al mondo adulto
ecco il puer riscattarsi sempre
una sensibilità che orgogliosa
depone il tradimento di sé.
SONETTO
È stanco l’uomo dagli occhi di smeraldo,
incline com’è stato ad ogni vizio,
l’ozio, il suo più fedele alleato, ha detto tutto
ma in fondo, non l’avete né capito né accolto.
Ora è fermo nella sua idea imperturbabile
viaggia di lacrimanti ricordi e fantasie,
dell’uomo fa un lusso e un fulgore
che per i crocicchi delle strade lo commuove.
Né di ala né d’abisso, pur avendoli visti
attraverso il suo destino imperterrito,
fa più i nomi terribili e santi.
E nessuno di lui fa più il nome
che nel suo silenzio, che ad altri manca,
egli ha raggiunto la propria visione.
RIFLESSI RADICALI
Ti sei assunto uomo
e sei entrato nel tempo
quel tempo che rende
possibile l’arte
coi suoi strascichi d’angoscia
e i suoi moventi di disperazione
sai, mi dicono che manco la realtà.
quando scrivo manco la realtà
quando parlo di te manco la realtà
quando racconto il mondo
e il suo sconquasso
manco la realtà.
quando agisco manco la realtà,
e si sono presi Berlino, lo stesso.
e penso a come scaricarmi di dosso
tutto il materialismo che mi assale
e la radio a chiedermi
quale automobile desidero
comprare il prossimo natale
e quale natale comprarmi
e mi sento a disagio
e non sto bene
perché mi dicono che i soldi rendono liberi
mi convincono che dopo posso scegliere
ed io ci tengo alla libertà
ci tengo alla verità
ci tengo alla giustizia
e allora mi rifugio in te
nella tua musica
nella tua scrittura
e vengono e mi chiedono:
di che ti nutri?
di che ti vesti?
che lavoro fai?
ed io mi confondo, si, mi confondo,
era così lineare tutto quanto
ed ecco le automobili, il mangiare,
i vestiti, l’anguria e il bangi jumping
il prossimo divano da comprare
il prossimo frigorifero, il forno,
e allora apro un’altra birra
e tutti vanno a dormire
tutti sognano del da farsi l’indomani
e mi ritrovo nel vortice
che ho sempre da quietare
ed è tutto perfetto
tutto quieto, tutto silenzioso,
come una musica perfetta nel buio
ma, bellezza, è un po’ che non ti fai sentire
e davvero mi piacerebbe parlare
con te che mi siedi di fronte
e il mondo cerca di annientarci
e il vento soffia da un’altra parte
e la tua voce dispersa chissà dove
è un sibilo di volontà che mi nutre.

LACRIME IN FIAMME
I
Le carovane si arrestarono nello stesso momento. Allo stesso tempo un uomo col turbante, figlio del sole e delle tenebre, fu presente allo smottamento di una duna e al rotolare di un granello di sabbia l'arrestarsi, mentre io ammiravo una scheggia di luce, un riflesso, attraversare iperbolico e infinito il parabrezza, ad Harar e Charleville, insieme. Ci arrestammo ad osservare quell'azzurro mille volte odiato. Ad ammirarlo. Le automobili circondavano il paese, mentre quelli, di là dal deserto, scrutavano attentamente nei cieli la direzione a cui volgere. Ci intimoriva il freddo della notte in cui saremmo rimasti agghiacciati dalla luce elettrica dei cartelli, mentre quelli l'attendevano pieni di speranza. Avrebbero avanzato all'alba delle stelle la via celeste. Cercavamo una doccia, un rasoio, per ripulirci della sozzura dell'occidente, umiliando l'eternarsi di figure orientali farsi beffe della tempesta di sabbia. Eppure, in questo momento, entrambi giacevamo immobili, chiusi noi dentro un abitacolo confortevole, pazienti loro degli steli che la natura ferocemente delineava. Per entrambi non vi era luogo da abitare che non quello dei propri corpi, austeri dei camminamenti atroci, ebbri dell'eternarsi del mondo nei nostri occhi. Improvvisi volavano usignoli, gufi, corvi, ed entrò la notte nei nostri viaggi avvizziti, ed i sogni fecero posto agli intenti, ai dolori, e ci sentimmo fieri di agire, e ripartimmo.
II
Ah, le sciagure perpetue! Fuori dalla tempesta le stelle tornarono, e mi cristallizzai in uno stelo umano, mi si gelò l'incanto nelle ossa, e per quanto rimasi con loro io invero rimasi da solo. Le sordine dei miei castelli, fradice di modernità, si sentirono costrette ad un nuovo scempio; sollevarono i ponti levatoi. L'esperienza del mondo mi aveva stancato, non riuscivo più ad udire. I discorsi rispettosi, gli argomenti comuni. Persino io, che non trovavo una lingua, sentendomi troppo ingrato del tacere, stavo attento a non ferire. Un orrore in cui presto o tardi sarei annegato.
III
L'acqua! La vuoi? Stellina fatata? Eccola! Le miriadi di lacrime represse, per rivoli discese nel mio cuore, la pozza nera e fangosa, il mare il cui non nuoto, in cui non scorgo alcuna alchimia agli orizzonti. Te la darei! Se solo ci sguazzassi. Sarà tua quando tornerò nell'arsura dove evaporeranno e le avrai limpide, tu, almeno; prosciugate le mie incertezze mi darai la visione esatta di un cielo lontano, ma insieme prendi i miei sentimenti putridi e le delusioni e le illusioni inutili ed inaudite. Date anche a me una chimera dove annegare il cuore.
IV (Caronte)
Fu così che una notte mi finsi Poeta! I dolori lacrimavano sapienti su rocce di ghiaccio stolte. I riflussi e i riverberi echeggiarono nell'infinito, ritornando orrendi. Lo sforzo immane di remare su soglie sconosciute, nel nulla frugare, sudare un raggio di luce, inconfessabilmente malato d'odio, escogitare l'inconfessabile dolore. Stupirsi! Perseguire fumi maniaci, le forme vecchie, pozzanghere abili a intrappolare cieli grigi di palazzi, palazzi dall'odore di cenere, e ancora palazzi. Si vendono ammaliatine pubblicitarie, occhielli vellutati nei colletti, moine dolci, succulente posate, petali blu, dolci rosa, gelsi. Si attraversano le acque fulgide di languori gelati. Di cuori infranti, di tristi abbandoni. Laviamoci dalle inferme mostruosità; non odiatele, avanti continuate. Chi se ne frega se altri verranno a schiarite veloci e faranno buon viso a un po' meno seri cadaveri. Che fare? Inaudite stelle? Mi dispiace solo che se ne sia andato, peccato. Addio Verità, addio alle smentite, vi lascio marcire in luoghi ove più nessuno verrà a spalancare occhi, ottimo posto ove non vi comprano più le fami.
V
(Primo viaggio perimetrale)
Paure, mantidi colorate echeggiavano dentro di lui, fremevano i vicoli di alette, voleva saltare nel blu. Un solo proiettile o un vuoto tamburo. A che serve? Echeggiano i cori nelle foreste come luce di luna. Andate sempre a piangere nelle città del dolore. Dovevo andare a Parigi e sono a Berlino. Dovevo piangere milioni di lacrime e sono a Berlino. Ho raggiunto il mio presente. Che farci? Intontito, vagava nel seno delle costellazioni, delle lingue, e ingoiava tutti i dolori degli amori, fino a doverseli dimenticare. Tornare. Ho paura di rimanere nuovamente annientato. Eppure desidero i flutti tramare contro di me e darmi addosso nel cielo delle solitudini. L'uomo per l'uomo. Non mi avranno mai.
VI
(Ritorno)
Uno specchio. Oggi c'è solo una pozza che lascia fremere la mia immagine. Capricci della mente. Dove altri chiamarono in causa la ragione io usai il sentimento. E scrissi qualche verso alla cenere e al vento della mia infanzia. A cosa sono valsi, cuore, questi anni di solitudine? Vorrei sopravvivere agli abbracci e agli abbandoni. Le stelle cantano in cielo rossi fuochi di papaveri. La foresta si condensa. I raggi viola la diramano. Gli usignoli cantano il tuo nome Anna, nella notte cupa di ricordi verrò accarezzandoti la mano e la fronte, leggiadri andremo per vie soleggiate. Autunno mi catturerà ogni tanto magnetico nel vogare nei sonni e nel sogno, attraversare le soglie di Parigi della tua stanza, le stelle scollate dal soffitto precipitare e liquefarsi in una mattina calda di ottobre. Nulla si muove, la clessidra esaurisce la sabbia e forse dall'altra parte è uguale a qui. Vedremo. Di prima avevo ricordi sfocati di assenze. Gli alberi radicavano rami nella luce di cieli acquei. Al tempo cercavo la costruzione degli occhi.
VII
Arrivato all'amore torno indietro. Gli Asi da una estrema lontananza li vidi mirare l'esercito straniero nell'abbaglio di una lucente visione di gloria, come degli Anacoreti, che ad una qualche purezza preferirono l'estasi e questo cumulo di simbiosi elettive. Mastico milioni di denti irrisi in milioni di facce scavate negli occhi, nel deserto purpureo di un dolore ritroverò un'allucinazione d'essere. Neppure la mia assoluzione cambia, resto io, riconosco che sono stato, avrà forse fine il teatrino che svena slanci di bontà.
Nulla cambia. Solo io posso entrare nelle azioni degli umani a farmi venire nausee e angoscia sul baratro della solitudine. Cerco di parlarti all'anima. Ti servirà per disperderti sul plasma che non sarà mai il reale. Eppure scocca sempre l'ora severa, ove davvero non appare niente, ove solo lo scintillare una luce all'abbaglio riflesso mi rapisce. Dedico tutto il mio essere e la mia sventura a te. Il teatrino degli abissi vacilla e si eclissa in un'estasi d'amore. Solo un tentativo di placare questo sciabordio immane della parola. Ho ascoltato tutto e ti ho scritto. Sono entrato incosciente nel vortice dei torti. Ma ecco, ho rallentato abbastanza per poter ancora distinguere le giuste scelte.

VERBO
Questa voce, senz’idoli né patria, mai di coppia, che se cantava più forte avrebbe incontrato il pianto, ed infatti ha pianto quando lei non capiva e non rispondeva, ha compreso, dopo la carne silenziosa e gemente, il pianto solitario. Questo canto, compreso da alcuno, abbandonato in un lugubre angolo di una strada di frontiera che va all’estero e torna, questo grido, per tutti eccessivo, ha trovato il filo d’oro della vita. Sublime Mantova, che recita tutti i teatri, un centro teatrale dove i poliziotti vanno a festino di menzogne, una tragica pantomima di allegria inesistente, come dicono gli uomini di lì, una emergenza, è il mondo. Il mussulmano riccio e bruno, di bianche vesti, conferitigli gli astri e un nuovo credo, passava oltre i binari di una rotaia dove tutto è uguale a lì. La torre d’ombra l’ha dimorata. È salito le scale e sbirciato il lago e i campanili. La torre di una chiesa faceva - e il lago rispecchiava i silenzi della notte, le stelle inaudite e una luna crescente - ombra all’ombra di un albero. I demoni si rallegravano alla mia parola. Egli magari, per qualche giorno, sarà poi stato il granello di sabbia nel motore, qualcosa che forse hanno definito bastardo. Le mie azioni non permettono verifiche e non potrò forse saperlo mai con certezza. Ma l’istinto mio è buono, nobile, aristocratico. I demoni della torre dell’ombra della chiesa non erano categorie ma singoli, certo, un luogo di prestigio, una scuola, un luogo che dovevo visitare, un incontro, un destino. Ho visto i lari in torri d’erba, l’erba parlarmi, coi suoi elmi, gli scudi e le lance. Io ero triste. Dicevo loro: “non vi posso sentire! Non sono io! Dovete aspettare! Verrà un altro, Lui!” E avevo pena per loro… duemila, tremila anni, inchiodati muti ad aspettare una redenzione non è uno scherzo. Non comprendo Dio se scherza così. Ma Egli è un bambino e anche no, è anche un adulto, ma ecco, il creato vuole esplicarsi a sé stesso? Voglia di parlare ne avevano. Chissà da quanto tempo abbiamo perso il senso di vedere, già i romantici hanno sporcato molto… ma la parola scritta non è volgare, è un mezzo e va preso per quello che è, come tutto, ciascuna cosa inquadrata nel proprio ambito. Ogni cosa ci parla. In questa epoca forse dovrebbero chiamarmi sciamano, ma non sarebbe corretto. In realtà le mie azioni sono molto complesse e quando accenno a parlarne a qualcuno ne nascondo il mio punto di vista, cerco di renderle “ragionevoli”, “scientifiche” quasi… dovrei ripeterle come mi viene da interpretarle e come le vivo e basta. Allora sarei forse un veggente autentico. Nulla cambia. Intanto ho preso una birra. Un terzo di lemon soda, e acqua, da uno scalino di legno, il legno della croce, al Museo del Tempo, accanto alla Basilica di Sant’Andrea. Non se l’aspettavano che rimanessi in pieno centro, a Mantova. Milano. Ci torno. Hanno sollevato una batteria d’auto per me lì, cosa non da poco, un gran gesto per chi ha trovato lorsignori solo andando per simboli e intuito. Una signora l’ho vista uscire dall’oscurità liberando un povero cristo dalle stregonerie di lei. E parlavo tra me e me dicendo che se non avessi bevuto almeno una birra e non avessi fumato almeno un pacchetto di sigarette e non avessi mangiato qualcosa mi sarebbe uscito di nuovo il cane. Certo che Dio è strano. Ti fa aiutare in cose all’apparenza senza un grosso significato… faccio il bene ovunque. E a volte magari mi sbaglio. Che poi è la gente che non si fida perché prevenuta per esperienza. Mi augurano la morte un po' dappertutto. Ma è divertente e mi fa crescere. Accetto sempre le sfide. I trenta minuti di paradiso, quando ho sposato la chiesa, un bambino l’ha chiamata “la spuntatina”. A Strasburgo invece mi ha chiamato la sinagoga ebraica. Per dirmi che non c’è comunque niente di più grande dei simboli che la fede. Il Cristo l'ho incontrato, era un mercoledì, a Kairouan, il diciannove di Aprile, correva l'anno 2006 e volle i soldi per il taxi: Lo avevo cresimato...

I RICORDI DEL GIOVANE ARTHUR
"Che io esaudisca tutti i vostri ricordi"
(Arthur Rimbaud)
" Può una parvenza di spiraglio
illividire all'angolo della volta? "
(Arthur Rimbaud)
"Silenzi attraversati dagli Angeli e dai Mondi"
(Arthur Rimbaud)
Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d'ogni lato
se un vento crudele non avesse appassito i miei petali
dal lato che vedevate voi del villaggio.
Dalla polvere levo la mia protesta:
il mio lato in fiore voi non lo vedeste!
voi, i vivi, siete davvero degli sciocchi
e non sapete le vie del vento
e le forze invisibili
che governano i processi della vita.
(Edgar Lee Masters)
Enluminure
Lettera al giovane Arthur
(Concime Cenere)
Di ritorno dalla profonda notte germanica cerco la luce latina. Una voce violenta e di caustica nausea
m'ispira questo grembo di sentimento e si annulla nella vita nuova. Sono costretto. Al primo passo, lo
so, dimenticherò la scrittura. Avrò una metodica sterile, quella degli avvocati e dei padroni. E allora in
marcia verso il metodo, in marcia verso la scienza, non c'ä posto per me altrimenti. Sono un vile, un
vigliacco. Il mio sogno l'ho calpestato. Ci fu un tempo in cui credevo ogni inclinazione dello spirito
irradiare ogni cosa, credevo parola e ragione esaudire ciò che ammiravo. Vedevo innamoramenti
sensuali e profondi, sentivo nelle parole cori angelici e credevo le gesta degli eroi gloria e
benedizione. Ero fatto solo per chiedere, le mie paure erano incoscienti ma non prestavo le mie urla
ai cani. C'erano momenti in cui non potevo muovermi. Non decidevo mai. Ogni mio desiderio mia
ecatombe. Poi fui svegliato e ricordai la mia infanzia. Levai allora contro tutto ciò che di inutile mi
circondava il mio dolore e la mia ira. Tutte quelle sacre immagini ebbero un senso e vide luce la mia
prima scelta. Ho rivolto a Dio e all'amore, in una notte che reca la luce di una visione esatta, la luce
del sole notturno, Ia mia preghiera, poiché agli uomini non so spiegare di cosa ho riempito lo sguardo
d'abisso. C'eravamo dimenticati di te.
L'ho persa. Cosa? La dolcezza.
Se n'è andata d'improvviso, o forse lo meditava.
Ma non me ne sono accorto.
E presto anche la gioia l'ha seguita.
La poesia? L’ho ritrovata.
E quel languore commisto di sangue
Il tacere delle cose intorno.
L'inabissamento in sé d'ogni cosa.
Senza alcuna pietà le lacrime addosso
non possono tornare agli occhi.
Così mi perdo e lascio che la mente
ritrovi l'ebbrezza delle cose compiute.
Non lo trovo più. Cosa? L'amore.
Cosa c'ö di nuovo? Nulla.
Solo vorrei vivere una volta ancora
l'alba di un mio sogno.
Dovrei partire alla volta di un luogo?
Forse le albe giallo blu d'oriente.
V'incontrai mussulmani festanti
per i quali non fui straniero.
Cosa manca fuori dalla mia finestra?
Nulla. Vi è tutto quando non vi guardo attraverso.
Ma lo stupore d'una visione ä cosi rara.
Bisogna che lo sguardo sfumi verso l'interno.
ln quest'intimità vidi comandamenti e luce,
angeli e perfezione, il compiuto ideale.
Conosco l'esattezza d'un ordine superiore,
sovrano bene che mette ai miei piedi il male.
Che cosa vedi? Vedo luoghi che non sono paesaggi,
vedo sfumature di un'aria che mi sfiora,
delinea forme che vorrei conoscere,
lambisce cose che vorrei essere.
E un'aria che nasconde la dolcezza,
ecco dove si ö nascosta la mia aria,
di un tepore che mi avvolge,
di un amore che mi salva.
Per fare di fiore linfa, recido di dosso questo mio sudiciume slavato, il sudiciume di chi ha lottato.
Perché domandi? Non ti è bastato l'inciampare di stelle sulle volte di dune? Bisogna suggellare nuovi
confini, smascherare ogni finto bagliore. Non posso rivelare tutti i miei segreti. Tutte le bufere hanno
tramato contro di me, ogni pioggia ha cospirato rivoli ai sensi, la ragione è stata relegata ad una luce
somma ed è stato annegato il luogo dei pianti. Le pupille incandescenti custodiranno questo delitto.
Dimentico la mia mano.
Vorrei scarnificare una ferita,
costringerne il cuore ai denti,
avvertirne un battito, pulsazione,
calore esanime, languore.
Vorrei essere una musica eterna.
Ho sentito viscida carne dai profondi aneliti
consacrare un abisso
alla servitù del verbo.
Che spreco indicibile!
Non voglio essere risorto!
Ogni azione umana sarà giustizia.
Abbandonarci al sogno compiaciuto
dell'infante, della mano amica,
che ti si ficca nel cuore e ti svela
- già scorre lungo i fianchi-
caldi piaceri loquaci.
Ogni arcano entusiasmo m'abbandona.
Ma ora conosco il vero,
I miei morti, ancora in vita,
spalancano una porta a mio nome.
Come sempre, viaggerò vicino a me stesso.
Ma eccolo Eccolo! ll nulla che irrompe.
Le mani divoratrici di parole schiette.
Sincerità per gli amori nuovi
come corpi decapitati
abbandonano membra infrante.
Mentite! Mentite!
Annientatevi e tutto questo avrà fine.
Fino all'oblio, per poi riprendere.
Vi amo furori, tremori,
arrendetevi, o i vostri figli cresceranno
a germogliare nuovi rancori.
La noia a distruggermi. La noia a salvarmi.
Appena sveglio, consacro già la mia vertigine al pianto. Solo purezza. Solo questo chiedo all'umanità.
Chi è stato tanto demone da aver bisogno del pentimento? Oh, Tu a noi lo insegni. Ho fatto anch'io
della marcia mio sfogo e mio sconto. I ruoli saranno inversi.
Ed io? Che dire? Quante volte mi è stata negata la comprensione della vita degli altri, quante volte
negato l'amore. Com’è nitido tutto ora che il mondo mi assolve. La mia immaginazione mi s'incide
negli occhi a creare schegge di luce nella sintesi del loro colore. Non ho mai visto tanta luce. Quanti
natali trascorsi in attesa. Ti vedo.
Il mondo penetra
in pupille incandescenti,
blasfeme.
Offerte al presagio
membra
di rabbiosa stoltezza.
Dove
Il nemico d'alito spumeggiante?
Menti
di battesimale inerzia
circoncise.
Effusioni latenti
dissipano lo spirito.
Ignari della terra,
d'amore.
Quanto ö poco saporito il banchetto che avete da offrirmi. Fatene veleno e portate il liquore forte,
cosicché possa berlo. Oh, adesso mi è tutto chiaro, ci marcio sulla tua vendetta. Bisogna dissiparsi e
creare convulsi scompigli dello spirito. Come potete credere che il vostro stato di quiete sia così
naturale? La peggiore delle infelicità è accontentarsi della rassegnazione. Come siamo giunti fin qui?
Ecco, bisogna dissiparsi. Proprio come amore si dissipa. Mi dissolvo come amore è dissolto nella
miriade di piccoli atti, gesti reconditi, inconsapevolezze timide, buone allucinazioni. Dissolto nella
pura sensazione udirò cori angelici bisbigliarmi addosso e darmi tremori nel luogo dei pianti.
Ti vorrei una volta ancora
sentir fiorire, amore,
per sentieri dove
tutte le lucciole tacciono,
per quei sentieri ove una direzione
non oltre subisce l'abbaglio
di dove vorrei condurti.
Mai più rive scoscese
ma meandri d'incoscienza.
Non più motivi d'arrivo
nel flusso incongruo delle mie speranze,
ma mite abbandono
allo spandersi di orizzonti blu,
di luoghi dal dolore ormai fertile.
È forse quest'esattezza
di cui forte desidero il complemento
a lasciar luccicare gli occhi
devoti ad una direzione
che tutto ha permesso dl vedere?
Come un presentimento che a tanta nitidezza
prelude il germogliare della vita.
Notte. Sensazione pura. Spuma chiara che al calore di ogni luna illumina i sentieri tra pozze di fango,
dissipando ogni smarrimento e ogni naufragio. Abbassate lo sguardo, lasciatemi vivere il mio sogno.
Notte infame. Calibro le parole ai confini del mondo. Proiezioni di camera confortevole. Dovrei
partire? Di nuovo verso l'alto, verso il basso. Ho conquistato tutti gli orizzonti e ogni scelta è troppo
lenta per me. Quello che dovevo decidere è già deciso. Le riserve di bontà indicano la miseria del
passante. Chi sono? Non avvertite forse voi un tremore incomprensibile? Alteri d'encomiabile
stoltezza, venerata dall'amore di qualcuno, non conquistato, non ricambiato, ma che importa? E linfa
egoista di chi Io prova. Oh, non ero abbastanza forte allora per scagliarmi contro di voi, ma lo sono
stato abbastanza per potervi perdonare. Siete guariti? Il tempo vi distrugge.
"lo svelerò le vostre menzogne!", cantavo.
Volevo vivere barbaro, restituire sentimenti a notti folli. Ma l'oriente ä svanito, il nord molle. Ho visto
anch'io l'Europa, senza lasciare traccia. E cartoline conservate mi fanno ancora gli auguri dalla mia
infanzia. Una porta spalancata che m'irradia del suo abbandono. Ho dunque anch'io evaso la realtà?
Ho vissuto da sonnambulo? Ho sognato? Il mio cuore ä sempre stato puro. Conosco la Verità. Dovrei
dirne qualcosa? Lui mi prese. Gli eletti capiranno. Non mi sono dunque ingannato. Allora eccomi
giunto al termine di questo viaggio dell'anima, questa metamorfosi al bene, quest'epos di pace.
Un vento buono improvvisamente
riporta il mio attimo in divenire,
alita su specchi infranti.
Ogni attimo ö morto e risorto
tra le loro schegge,
che sono mia memoria.
Gioie e dolori d'ogni tempo dispersi
che fluttuano in folte folate
o tramano quieti prossime bufere.
Tutti raccolti al grembo
o lontani dentro di me
non saziano la vita.
Vorticosi strascichi di verità
dall'oblio
anelano al loro posto nel mondo.
Perché piangi, cielo nelle tue iridi? Che acqua raccogli pianti i tuoi cieli? tn quale mare verserai il tuo
sfogo? Su che onda giungerai malinconica? Quale ormeggio atteso alla partenza assorbirà nella sua
fibra l'ardore di riportarti tutto questo amore? Quale animale berrà dai tuoi occhi? Che cosa faremo
per raggiungerti? Che estasi avremo potuto provare? E che importa delle orme sui lidi? Che importa
dei nomi sulle pagine? Non siamo forse alla ricerca del vero? Posso pensare oltre il numero di parole
che conosco? Ovviamente la Parola, essendo idea, rivela più che solo se stessa. Anche questo l'ho
letto da te. Insomma grazie di avermi insegnato a scrivere.
Non prenderò per mano una donna per condurla in un mio viaggio. Sarei assente. Poi la resa. Tutto
per un solo attimo. La Verità sarà manifesta. Io Le appartengo. Fu Lei a condurmi in questo viaggio, a
cibarmi delle sue delizie, a far crescere muschio sulle pareti dei palazzi cosicché potessi trovarla. Fu
Lei a creare per me l'estasi e a darmi gli occhi del disintreccio di ogni labirinto, amore, morte.
Prenderò dunque per mano questa donna e la condurrò nel mio viaggio.
Tornare all'infanzia, e rimanere l'ì, come il più grande atto di carità donato all'umanità.
Per me adesso, gli abbandoni cessano di essere amari. È la fina dell’infanzia. La sofferenza cambia solamente, permane. Come una incisione viola che può solo permeare latenze di blu. Come il perdono dei crolli di Babele. C’eravamo dimenticati di te. E avevi ragione, il futuro è stato materialista, ma ho fatto loro uno sgambetto.
A me
Dopo una stagione appena
finalmente l'aurora.
Dopo lungo fluttuare per luoghi sacri,
per quelle divine dimore,
la sabbia mossa dalle maree,
clessidra dei mari,
divina dimora dell’onda,
esaurire ogni ricordo,
agire
e prendere per mano il sole
e condurlo nel cielo un giorno d’estate
chiedendosi se la donna
è davvero come la luna
e chiedendole di ricordare se
la notte, trascorsa, davvero non era altro che un cielo stellato.

DON'T SMOKE WITHOUT FIRE
Entre as íngremes margens de caminhos árduos, o caracol subia as campânulas cheirando a aromas insanamente persuasivos. O objetivo é a jornada e ela estava no ponto exato de seu destino como sempre: não interrompida pela árvore do bem e do mal que os animais não bebiam porque podiam ser felizes com um entendimento diferente, permanecendo como metáforas na jornada infinita da natureza. . Tudo ensina. A matéria, a pedra, o metal quente, o olho saudável ... E, ainda, aqueles que perdem o paraíso do amor fumam sem fogo. A redenção é possível. A renúncia foi meu verme. Mais tarde, testemunhei o desdobramento do meu carma: "entre no meu reino", disse minha flor verde e um raio de sol infinito, veio até mim para olhar através das cortinas abertas. Naquele momento, entre as pálpebras entreabertas do meu sonho, um elfo sorriu para minha antiga teimosia, como Paris, minha Arianna, me capturou um tempo magnético e tatuou a tristeza da minha infância e a pretensão da adolescência em minha alma. O amanhecer com o céu ciano e minha loucura vagabunda me acordou. Perdoe-se se os outros são eu. Jesus está em todos nós e em todos os momentos.
Eu sou grato.
Ele me levou quando eu decidi voltar para ele. Ele me levou quando eu decidi ser feliz. Ele me levou quando decidi falar em Seu nome.